TL;DR: Il primo giorno di settembre è un trauma. Ho 247 mail, una pianta morta e una riunione alle 14:00. Ecco come sopravvivere.


Lunedì. Primo settembre. Ore 7:12.

La sveglia suona. Per un istante — un istante brevissimo, quasi misericordioso — il cervello non ricorda. Poi torna tutto. Il badge. Il tornello. L'open space. La macchinetta del caffè che sa di bruciato.

Due settimane fa ero in Liguria. Ho mangiato focaccia. Ho camminato a piedi nudi sulla spiaggia. Ho dormito senza sveglia. E adesso sono qui, in piedi davanti all'armadio, a fissare una camicia stirata come se fosse una sentenza.

Il rientro dalle ferie non è un evento. È un trauma. Soprattutto se il capo ti ha già mandato quella mail sul Q4 mentre eri in spiaggia. E nessuno ti ha preparato.

Il primo giorno di settembre: anatomia del disastro

Arrivo in ufficio alle 8:47. Il badge pesa di più. Non è una sensazione: è proprio più pesante, perché in due settimane ho dimenticato come si fa a portarlo al collo senza sentirsi un detenuto.

L'open space mi colpisce come uno schiaffo. Il rumore. Le voci. Il tizio che mastica cracker alle 9:02. La stampante che si inceppa. Qualcuno che ride troppo forte vicino alla macchinetta. Due settimane fa questo silenzio-non-silenzio mi sembrava insopportabile. Ora mi sembra un muro di cemento armato.

La mia scrivania mi aspetta. La pianta è morta. Non l'avevo innaffiata per quattordici giorni. Nessuno — nessuno — si è preso la briga di darle un goccio d'acqua. È lì, secca, inclinata, con una foglia marrone che penzola come un'accusa.

Apro il laptop. Outlook si avvia. E inizia il conto alla rovescia.

247 mail non lette.

Di queste, 243 sono catene di «Re: Re: Re: Re:» su argomenti che non mi riguardano. Una newsletter aziendale che nessuno ha chiesto. Tre comunicazioni dell'HR che iniziano con «Bentornati!» e finiscono con un promemoria sulla policy del parcheggio.

Le altre quattro sono vere. Una è del capo: «Visto che sei tornato, quick catch-up alle 9:30?»

Sono le 8:52. Ho appena acceso il computer.

È successo anche a me

Il primo giorno di settembre non è solo un ritorno al lavoro. È il ritorno a una versione di me che avevo felicemente dimenticato.

Quello che annuisce in riunione senza capire. Quello che dice «Perfetto, ci lavoro» a una richiesta che andrebbe rifiutata. Quello che sorride al collega che chiede «Come sono andate le ferie?» mentre sta già digitando sulla tastiera e non ha la minima intenzione di ascoltare la risposta.

Per due settimane sono stato una persona. Ho mangiato senza guardare lo schermo. Ho camminato senza contare i passi. Ho dormito senza pensare alla riunione delle 9:00. Sono esistito senza produrre.

E adesso sono di nuovo qui. Con il caffè della macchinetta che ha lo stesso sapore di sempre: bruciato, tiepido, vagamente metallico. Lo bevo lo stesso. È il sapore del rientro. È il sapore della resa.

La regola d'oro del rientro

La prossima volta che rientri dalle ferie e trovi 247 mail, ricordati: non sono tue. Non ancora. E il mondo non è finito perché non le hai lette per quattordici giorni.

Io, quel giorno, ho chiuso Outlook. Ho aperto la finestra. Ho respirato. Il primo giorno è il più brutto. Il secondo è solo leggermente meno peggio. E il terzo, forse, ricomincio a fingere che sia tutto normale.

Nel libro ho messo un capitolo intero sull'open space e su come trasformarlo da prigione a luogo tollerabile. Qui mi limito a dirti che non sei pazzo. Se il primo giorno di settembre ti senti un pesce fuor d'acqua, è perché lo sei. Due settimane di libertà non si cancellano con un badge e un «Bentornato».

Buon rientro. E che il caffè sia con te.