TL;DR: Ho visto "Smart Working" al cinema. Non era un film. Era uno specchio. Ecco perché ha fatto arrabbiare tutti.


Sei in smart working. Hai appena chiuso il laptop alle 18:03. Ti senti libero, finalmente. Poi apri LinkedIn e vedi il post del tuo capo: «Orgoglioso del team che ha scelto di tornare in ufficio per la cultura aziendale». Sotto, 47 commenti di manager che plaudono.

Tu, che sei ancora in pigiama a casa, ti chiedi: «Sono io quello sbagliato?»

Poi vai al cinema. Vedi Smart Working di Svevo Moltrasio. E capisci che non sei tu quello sbagliato. È il sistema.

Il film che non prende posizione

Il film, girato tra i quartieri di Torino, esplora le gioie e i dolori del lavoro da casa. La trama segue le vicende di chi lavora da remoto — costantemente sospettato di dormire sul divano — e di chi, invece, in ufficio ci resta, chiedendosi come faccia il collega in pigiama a essere più produttivo di lui.

E poi c'è la scena della webcam. Quella in cui il protagonista deve tenere la webcam accesa per «mostrare presenza e coinvolgimento». E tu, davanti allo schermo, ti riconosci. Perché anche tu hai finto di ascoltare, mentre sotto il tavolo controllavi le notifiche dello smartphone.

Il film non giudica. Si limita a mostrare. E tu, davanti allo schermo, ti senti scoperto.

È successo anche a me

È successo anche a me. Ho lavorato da casa per due anni. All'inizio era libertà. Poi è diventata prigione.

La solitudine. Il pallino verde su Teams. Il terrore che il capo ti chieda di alzarti e scopra che sei in pigiama.

E poi il dress code schizofrenico. Sopra: camicia stirata, nel caso si accenda la webcam. Sotto: tuta o boxer. Sei un professionista nella parte superiore e un naufrago in quella inferiore.

Ho passato mesi a fissare lo schermo. A partecipare a riunioni che erano già risolvibili con una mail. A sentirmi in colpa se il pallino verde diventava giallo alle 18:04. A chiedermi se la solitudine fosse il prezzo da pagare per la libertà.

La verità che nessuno ti dice

Lo smart working non è libertà. Non è prigione. È entrambe le cose, a seconda di chi ti controlla e di come hai imparato a difendere i tuoi confini.

Il film lo mostra. Senza enfasi, senza giudizio. Si limita a documentare. E tu, davanti allo schermo, ti riconosci.

E se non li hai difesi, il film te lo ricorda. Con una risata amara.

La regola d'oro dello smart working

La prossima volta che apri LinkedIn e vedi il post del capo sul «ritorno in ufficio per la cultura aziendale», non sentirti in colpa. Chiudi il browser. Chiudi il laptop. E ricordati: se il lavoro era così smart, perché ti senti così stupido?

Nel libro ho messo un capitolo intero dedicato allo smart working: «Libertà o prigione?». Non ti darà soluzioni facili, ma ti aiuterà a capire perché ti senti in trappola anche quando lavori dal divano di casa. E soprattutto, ti darà le tattiche per difendere il tuo tempo. Perché il diritto alla disconnessione non si chiede. Si esercita.